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... la scelta dettata dal Cuore "Regala ad un cane anziano un'adozione" |
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Pubblichiamo il racconto di una nostra simpatizzante che ha espresso il desiderio di comunicare ai nostri utenti, come e quanto, può essere felice una famiglia formata soprattutto da "quattrozampe" adottati a età avanzata, auspicando possa essere di incoraggiamento ad altre famiglie, per scaldare il cuore a chi cucciolo non è più da tempo! Un passo, impegnativo, ma tanto tanto appagante.
Vita familiare al femminile…sì, beh, io non sono un cane, ma la differenza è poi così abissale?....
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Il suo nasone ogni tanto mi annusa, mi cerca. Dolce. E’ il suo modo per farmi capire che si sente parte della famiglia, della nostra famiglia particolare. Ci si è affezionata, ci conosce ed ha fiducia in noi. Adesso. A volte, quando mi accuccio davanti a lei per farle le coccole, si mette naso contro naso, in una sorta di immagine effetto grandangolo, scrutandomi con i suoi occhioni scuri, grandi, buoni. Adesso. Non è sempre andata così. Primi tempi non facili, né per lei, Lara, né per me. Lea invece, altra componente della famiglia particolare, di tre anni, che portai via dal canile due anni fa ancora cucciola, si è adattata benissimo sin da subito alla convivenza e alla vita fuori dal canile. Spirito monellesco, esuberanza piena di affetto e di fiducia nei confronti di tutti, esseri umani o animali che siano, la caratterizzano da sempre. Con Lara è stata un’altra storia. Durante una delle innumerevoli pause-pranzo che trascorro girovagando per le stradine del centro storico della mia città, dove lavoro, un collega mi aveva indicato una vetrofania sulla vetrina di un negozio. Il Centro Soccorso Animali diffondeva la foto di questa cagnona, una meticcia di pastore tedesco, il suo musone in primo piano, e la sua tristissima storia. Trasparivano perfino da una piccola foto, fatta male, dalla grana sfuocata, i suoi occhi tristi, spenti, stanchi, rassegnati. Un orecchio solo, i baffoni e il pelo bianco sotto il mento, come la barba di un vecchietto. Sulle spalle, un elenco interminabile di malattie, di operazioni chirurgiche, una lunga vita (13 anni!) trascorsa da sempre in canile, lontana dal calore di una famiglia. Ma non c’era solo la foto, c’era l’appello per la sua adozione urgente, vista la rigidità dell’inverno, un inverno che avrebbe potuto essere l’ultimo della sua vita, letale a causa della sua vecchiaia e della sua debolezza. Il mio collega, conoscendo la mia passione per i cani e una mia certa propensione a partecipare anche attivamente a storie di animali sofferenti, prendendosi un po’ gioco di me cominciò a chiedermi perché non la portassi a casa io: in fondo da un cane a due che differenza faceva? Che differenza faceva? Beh, non possiedo un giardino, neanche minimo, vivo in un condominio, dove peraltro già i vicini non erano mai stati entusiasti di Lea. La situazione ideale, quindi…… Eppure, nei giorni a seguire non facevo che pensarci. Era più forte di me. Chiesi quindi notizie ad alcune volontarie presso il canile, che mi confermarono la sua età, la sua salute precaria oltre molti limiti ed il suo status quasi di “istituzione” all’interno del canile stesso, nel senso che a loro memoria la lupona era lì da sempre. Andai una domenica mattina a vederla. Me la tirarono fuori dalla cuccia in cui passava quasi tutta la giornata, immobile. Si muoveva a fatica, aveva tutta la parte posteriore del bacino e le zampe di dietro deformate dalle calcificazioni, dal freddo che l’aveva permeata, dai lunghi anni trascorsi all’aperto, o dentro i capannoni che di notte, in inverno, diventano gelidi. La portai un poco a spasso, nella piazzola antistante al canile. Lei mi seguiva docile, per qualche secondo scodinzolando perfino! Le feci qualche carezza, sul pelo lanoso e spettinato, sentii le ossa della colonna vertebrale scivolare sotto le mie dita. Era magra sotto la pelliccia folta. Mi fece tanta pena. O era solo amore? Certe linee di demarcazione sono molto labili. Mi accertai che non avesse nulla di contagioso o di pericoloso per la salute di Lea e mia. Poi presi la decisione (o forse l’avevo presa subito, di getto): la porto a casa, ci provo, avrà la compagnia di Lea, durante le lunghe ore che passo in ufficio, e avrà una famiglia, almeno per qualche mese, comunque per quel che resta del suo giorno. Avrà una famiglia particolare. Compilai la domanda vera e propria di adozione, la chiamai Lara. Qualcuno dei miei amici per prendersi gioco di me disse che io sarei stata il suo Yuri, alludendo al dottor Zivago. Spiritosi…… Il 17 dicembre del 2004 è entrata in casa per la prima volta. Per tre giorni non si è mossa dalla cuccia che avevo predisposto per lei, se non per fare la passeggiata con noi, la sua nuova famiglia, giù in strada. Era naturalmente impaurita, spaesata. Talvolta, durante la notte, andava davanti alla porta d’entrata e piangeva, perché voleva tornare al canile. In una sorta di coazione a ripetere di freudiana memoria, la sua casa era sempre stata quella e conosceva soltanto quel mondo, per duro e inospitale che fosse. Quanti esseri umani restano in situazioni per loro negative o le ricercano analoghe dopo essere stati danneggiati? Per un animale non è evidentemente diverso. Si subisce il danno e se ne resta succubi. Triste ma reale. Lea con lei è stata dolcissima fin da subito. E’ incapace di provare gelosia. Diversamente dagli esseri umani, spesso in competizione o comunque troppo consapevoli, in svariate circostanze, del diritto di prelazione. Al mattino, dopo essersi stiracchiata, sistematicamente Lea andava davanti alla sua cuccia e le dava un bacino o due sul nasone, annusandola. Anche noi uomini, forse, avremmo talvolta la necessità, per conoscerci, di annusarci. Ma non ne siamo capaci. Una volta, in una giornata particolarmente difficile per la lupona, in cui era fisicamente provata da varie manifestazioni connesse con il suo precario stato di salute, Lea le ha messo, complice il suo muso, uno dei suoi giochini davanti alle zampotte, come se Lara potesse trovare la forza per giocare insieme a lei! O forse per darle consolazione, distrazione…chissà? Un essere umano avrebbe potuto, saputo o voluto essere più caro e gentile di così? Non lo so. Lea ha potuto, saputo, voluto. All’inizio dell’esistenza di questa mia nuova famiglia, per la notte mi ero sistemata sul divano letto della sala, per restare con lei, che faceva lunghi sonni nella sua cuccia. Doveva familiarizzare con tutto, gli spazi, le stanze, gli odori. Non di rado, passava la notte a grattarsi furiosamente l’unico orecchio rimastole, lamentandosi per il prurito che le procurava l’otite purulenta, che a suo tempo le aveva portato via quell’altro. Lentamente, però, le cure veterinarie hanno alleviato il fastidio. Con costanza e anche con una certa dose di implacabilità le dovevo somministrare più volte al giorno gocce, lavaggi con siringhe, pastiglie per il cuore, cortisonici, antibiotici. Per lei era molto pesante, fuggiva…alla sua lenta e impacciata maniera, povera creatura… appena mi vedeva brandire qualcosa di “sospetto” con la mano. Diffidenza? Senso di inutilità? Lentamente, passo dopo passo, Lara ha cominciato a migliorare: niente più pastiglie per il cuore, così come niente cure per l’orecchio, quantomeno rarefatte nel tempo. Impercettibilmente, cominciava anche ad essere più reattiva, più interessata a quello che le accadeva attorno. Mi seguiva con lo sguardo quando mi muovevo per casa, a volte mi veniva a cercare se mi attardavo in un’altra stanza, e vedevo il suo musone affacciarsi all’angolo della porta, timidamente, senza che mai entrasse. Per poi fare retromarcia e tornare di là. Si è pian piano abituata anche al piccolo microcosmo che gravita attorno a me, a noi: la loro impareggiabile tata, che le porta a passeggio durante le ore del pranzo, visto che io non riesco a rientrare a casa; la presenza di qualche amico, dei miei familiari, fra cui i miei giovani nipoti, che ogni tanto vengono a trovarci. E’ migliorato anche il suo umore. Con la conoscenza reciproca ha acquistato fiducia, ha imparato a non avere più paura di me. Se le vado vicino ora non fugge più, ma si fa volentieri e di buon grado coccolare, oppure docilmente si fa spazzolare il pelo. Certe volte mi aiuta e solleva le zampotte una per volta, quando le devo infilare la pettorina per uscire: è molto dolce quando si appoggia a me per farsela mettere. E’ dolce sempre. Per me lo è. Ama molto fare la passeggiata insieme a noi. Forse ora ha riacquistato un pizzico di voglia di vivere. Forse Lea ed io le abbiamo dato un motivo per andare avanti e per affrontare tutti i suoi malanni, al di là del danno subito che ne ha inesorabilmente segnato la vita. Forse non è mai troppo tardi per ricominciare ad essere quel cumulo di sogni che tutti noi siamo in giovane età. Tutti noi, umani o meno che siamo. Chissà. Grande, incommensurabile, noto essere la sua capacità di portare la sofferenza, quasi di indossarla come un guanto, come tutti gli animali che siano stati in canile per anni e anni e siano abituati alla solitudine, all’abbandono, al freddo, alla vita in gabbia. Lara non lo sa, ma in questo anno di vita insieme mi ha involontariamente dato svariate lezioni di vita. Più volte, a fronte di miei ritorni a casa isterici e nevrotici, dopo una giornata trascorsa in ufficio, la sua compostezza, la sua mitezza, il suo silenzioso coraggio mi hanno fatto vergognare e pensare quanto meschino e limitato fosse il mio modo di affrontare i problemi, se tali possono definirsi le vicissitudini quotidiane fra colleghi di un qualunque ufficio, di una qualunque città di provincia. Ora Lara e Lea sono due compagne di vita per me. A volte è come se fossero le mie figlie. Strana sensazione. Una volontaria del canile mi disse, quando la portai via: “Se è fortunata può durare anche un anno o due”. Durare. Strano, di solito si dice vivere per un essere umano. Chissà perché un animale dura? Un anno è già passato. Non so quanto tempo avremo ancora da trascorrere insieme, tutte e tre, quanto resti del giorno da trascorrere insieme. Lea ha tutta la vita davanti, è vigorosa e piena di vita. Lara è una incognita. Ma qualunque vita, in fondo, è un’incognita. Spazio - temporale, qualitativa. Quindi è più saggio cogliere l’attimo. Sempre e solo l’attimo. Anche in questo caso. Non solo in questo caso. Però mi sono ripromessa che, quando sarà il momento di separarci, in qualunque modo questo debba accadere, se con una puntura per sopprimerla o con una dolce morte a casa nella sua cuccia durante il sonno, andrò a prendere subito un altro cane anziano dal canile, un altro “rottame”, come lei. Un signore che incontriamo spesso durante le quotidiane passeggiate, insieme al suo bel cane da caccia già in là con gli anni, diversamente da quanto fanno tutti, cioè complimenti sperticati a Lea e neanche una parola per Lara, le dice sempre “sei bellissima”. Penso che questo signore abbia capito tutto, anche se non gli ho mai raccontato nulla di come sia andata. Forse lui ha saputo annusarla. Questa è la nostra storia. La storia di una famiglia particolare. Non sarà a lieto fine, lo so, lo immagino già. Ma tutti i giorni che verranno saranno un bel regalo per la mia lupona dolce e timida e anche per noi. Se il senso della vita fosse la capacità di trasporre i propri sogni, pur se piccoli, nel quotidiano, io lo avrei fatto. La mia famiglia particolare l’ha fatto. Abbiamo trasposto un sogno. Non è poco. Luisa Orsi, Modena |
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